FONDATORI

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Le basi teoriche della ortopedia funzionale risalgono al 1888 quando il biologo tedesco Wilhelm Roux, rifacendosi agli studi darwiniani, formulò la “legge dell'adattamento funzionale” in cui ribadiva lo stretto rapporto esistente tra forma, struttura e funzione. Quasi cinquant’anni dopo Viggo Andresen, ideatore dell’omonimo Attivatore e Karl Hauepl, padre della filosofia funzionale orofacciale, pubblicavano il libro “Funktionskieferorthopadie” e, precorrendo i princìpi della Teoria della Matrice Funzionale di M. L. Moss del 1960, concettualizzavano la terapia ortopedica funzionale orofacciale mediante apparecchiatura passiva; secondo gli autori infatti l’attivatore agisce sui denti in modo indiretto, trasferendo ad essi gli stimoli dei muscoli, trasmettendo, eliminando e guidando le forze naturali del paziente stesso, il quale diviene così “soggetto attivo” durante tutte le fasi del trattamento.

Nonostante tali concetti appaiano in contrasto con l’attuale pressante richiesta di terapie no-compliance (in verità reclamate esclusivamente in ortodonzia ed in nessun altra branca medica-odontoiatrica), riteniamo di poter affermare che la filosofia ortodontica funzionalista, confortata dalla pratica clinica quotidiana, rappresenta una più che valida opportunità di approccio globale al paziente ortodontico.
Tale metodica infatti permette di valutare già in sede diagnostica le alterazioni funzionali che hanno portato all’instaurarsi di quello squilibrio generale in cui la disgnazia rappresenta un’elemento di compenso attuato dall’organismo al fine di conservare una efficace funzione masticatoria ed in ultima analisi garantire la sopravvivenza della specie.

Lungi dal correlare la terapia funzionale ad uno specifico apparecchio possiamo a ragione parlare di “Filosofia Funzionale” nell’approccio al paziente disgnatico. In tale ottica funzionalista vanno quindi riconsiderate tutte le varie fasi del rapporto clinico con il paziente, dalla diagnosi alla pianificazione terapeutica, dall’utilizzo clinico degli ausili terapeutici alla gestione della contenzione a fine trattamento.

(Dr. G. E. Mancarella)

IN RICORDO DI MARIO:

La prima cosa che Mario Bondi chiedeva a chi  si avvicinava  alla filosofia funzionale era "qual è la differenza tra una seconda classe funzionale e una seconda classe scheletrica?" Oppure "che cosa distingue il morso profondo e il morso aperto veri dal morso profondo e dal morso aperto falsi?" Ricorderò  sempre la sua aria di trionfo di fronte allo smarrimento della platea!....Erano anni di forti contrapposizioni tra scuole ortodontiche; a cavallo tra gli anni settanta   e ottanta cominciarono le prime spedizioni in massa a Tucson, Arizona, roccaforte della scuola di Tweed, dove ti insegnavano che in ortodonzia non si può evitare, per la quasi totalità dei casi, il sacrificio di quattro premolari... ma quei profili così affilati e piatti com'erano tristi!!

Quella di Mario era una delle poche voci che parlava un linguaggio diverso; la sua formazione "tedesca" presso le migliori scuole di ortodonzia funzionale  

e i grandi maestri che aveva avuto la fortuna di conoscere da vicino, gli avevano aperto la mente e fatto capire che  "l'individuo non è un typodont", che "la diagnosi deve prendere in considerazione le componenti scheletriche della faccia più che quelle dentali"; che "quello che conta è la direzione di crescita e non l'analisi dello spazio" perché poi "la terapia deve essere causale!" Erano alcune delle sue frasi preferite...No alle estrazioni indiscriminate quindi (ivi comprese le estrazioni seriali che "provocano una riduzione della matrice funzionale"), no alla meccanica esasperata che non tiene conto delle funzioni di quel determinato paziente e no ai trattamenti brevi che finiscono troppo presto e prima che la mandibola abbia esaurito il suo potenziale di crescita.... Sì all'osservazione della respirazione, della deglutizione (o meglio della "falsa deglutizione"), della competenza labiale e della postura in toto dell'individuo; e poi ancora sì alla valutazione della posizione di riposo, indice del tono muscolare e quindi dell'attitudine della mandibola a ricollocarsi in un'altra dimensione spaziale. "Il tono muscolare è di prima o di seconda classe?" E quelli che erano abituati a fare i conti con i millimetri (più di tot estraggo meno di tot no..) rimanevano dubbiosi...

La stabilità, la recidiva, la crescita tardiva della mandibola: AIUTO! Questa era l'espressione che mi sembrò di leggere sul viso dei miei esaminatori a Digione quando venne il mio turno di discutere la tesi per il conseguimento del D.U., tesi che trattava quell'argomento scabroso! (la crescita residua della mandibola). Erano di altra scuola ma persone intellettualmente oneste: parlai di crescita, tipi di crescita, rotazione mandibolare, compensazioni scheletriche, casi a distanza e....mi dettero quasi il massimo dei voti!

Mario era "olistico" molto prima che questo termine si diffondesse ed entrasse a far parte del linguaggio comune: "se si estraggono quattro denti dove va a finire lo spazio per la lingua?" ripeteva sempre. E proprio questo suo interesse per l'individuo nella sua totalità lo aveva spinto, in questo ultimo decennio, ad allargare gli orizzonti dell'indagine diagnostica al cranio e alla dinamica cranica,cercando nei principi dell'osteopatia la conferma della diagnosi  rotazionale.

"Se nel piano terapeutico non si pone attenzione alla direzione di crescita, il trattamento sarà senza successo o andrà incontro a recidiva" e d'altro canto "se non si usa un'analisi cefalometrica completa, che metta in luce tutte le componenti  della malocclusione" non si può fare una diagnosi corretta.

Sì è vero Mario era intollerante, a volte aggressivo, caustico...insomma aveva un caratteraccio; spesso ho pensato che se avesse avuto in mano una bacchetta non avrebbe esitato ad usarla quando, ormai una vita fa,  insegnava a noi più giovani la "differenza tra quello che è scheletrico e quello che è funzionale"..!!

Però nonostante questo ci ha lasciato in eredità un metodo di ragionamento eccezionale e strumenti terapeutici di grande efficacia (vedi attivatore di Andresen da lui modificato) ha stimolato il nostro interesse verso tutto quello che stava intorno ai denti, ivi compresa la sfera affettivo-emozionale del paziente, ci ha insegnato a non accontentarci dell'immediato ma a controllare per anni la tendenza della crescita, che a volte tende a giocare brutti scherzi......e per tutto questo ed altro ancora gli saremo eternamente grati.

Dott.sa Isabella Cimini

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